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Mario Tontodonati
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UN CANESTRO DA FILM
Il giovane pescarese Emidio Di Donato regala lo scudetto alla Scavolini Pesaro all’ultimo respiro: ecco il suo racconto
E’ la storia che tutti gli sportivi vorrebbero vivere. Ma è talmente fantastica da assomigliare molto più a un film che alla realtà. E allora, giusto il tempo di contestualizzarla quel tanto che basta, poi ce la faremo raccontare dal diretto interessato, il modo migliore per coglierne il valore. Emidio Di Donato, 17enne cestista originario di Pescara, è da un anno alla Scavolini Pesaro. Ecco l’incredibile racconto di quest’ultimo campionato: «Fra mille difficoltà e infortuni siamo arrivati alle fasi nazionali, disputatesi a Barletta. Non nascondo che ci sono stati problemi anche all’interno del gruppo, non riuscivamo a trovare la giusta intesa e in molti momenti dell’anno ne abbiamo risentito. Giunti alla fase finale, eravamo considerati da tutti gli outsider, nessuno avrebbe scommesso un euro su di noi. E confesso che anch’io avevo fatto la valigia per soli 3 giorni… La prima partita del girone l’abbiamo persa contro Venezia. E’ stata una brutta batosta, anche per il morale. Poi abbiamo giocato contro Roma, vincendo di 5 punti. Nella terza sfida affrontavamo Bologna, la nostra bestia nera, e a sorpresa abbiamo vinto di 15 lunghezze. Lì è scattato qualcosa, ci siamo guardati in faccia e in un attimo ci siamo uniti come non lo eravamo mai stati durante il campionato. I Quarti di finale ci hanno visti di fronte a Reggio Emilia: abbiamo vinto anche lì e ci siamo ritrovati in semifinale. A quel punto il nostro coach Andrej Rinolfi ha convocato una riunione, per farci capire che non potevamo mollare sul più bello, anche se l’avversario si chiamava Treviso. Con caparbietà e fortuna abbiamo compiuto il miracolo a 0,6 secondi dalla fine, vincendo grazie a 2 tiri liberi di Ciribeni. Eravamo in finale. Contro la corazzata Siena. Non potevamo crederci, ma era così. Quando è iniziata la partita ci tremavano le gambe, eravamo impauriti, e alla fine del secondo Quarto ci siamo ritrovati sotto di 18 punti. Nell’intervallo il coach ci ha dato la scossa («Se volete continuare a giocare così è meglio che gliela diamo già vinta la partita!», ndr). Siamo rientrati in campo recuperando punto su punto. A un minuto dalla fine li abbiamo riagguantati, poi siamo andati addirittura sopra con una tripla. Ma è durato poco perché hanno subito risposto a dovere. Parità. Mancavano 2 secondi e avevamo una rimessa dal fondo. Ho scambiato con un mio compagno, in un attimo mi sono accorto che nessuno mi marcava… ero un po’ sorpreso ma non pensavo, non capivo, ho solo tirato. Il pubblico gridava e io non sentivo nulla, nemmeno la sirena. Ho visto che la palla è entrata, mi sono girato un attimo verso l’arbitro… e da lì non ci ho capito più niente! Tutti mi sono saltati addosso, dopo qualche minuto mi sono reso conto che “forse” avevamo vinto lo scudetto!». IL BIMBO PRODIGIO Un canestro da film, l’abbiamo chiamato. «Un canestro elementare», ci dice Emidio con estrema umiltà. «Ricordo i festeggiamenti fino all’alba, il bagno al mare, il “casino” in albergo…». Emidio Di Donato ha iniziato a giocare a basket nella sua Pescara con la Yale prima e con l’Amatori (3 anni) poi, prima di approdare a Pesaro. Come? «Attraverso un procuratore ho fatto un provino e mi hanno preso. Pesaro per me è sempre stata la città del basket, in quel palazzetto ho visto la mia prima partita, secondo me è il posto ideale per giocare a pallacanestro». E che mondo è “questo” mondo? «Il basket è un bel mondo, direi. E’ uno sport che appassiona chi gioca e chi tifa sugli spalti, ogni azione è un vero colpo al cuore». Se gli chiediamo di Teramo e del PalaSka, dove Di Donato ha giocato più volte, il ragazzo non nasconde il suo apprezzamento per il calore del pubblico biancorosso, ma l’obiettivo futuro (e si è capito…) è un altro: «Vorrei un giorno arrivare a giocare nel Pesaro». Uno dei motivi è anche la differenza abissale con l’Abruzzo per quanto riguarda l’organizzazione del sistema basket: «Basti pensare che a Pescara c’è una palestra comunale utilizzata da più squadre, mentre Pesaro ha una struttura propria. Non c’è davvero paragone tra le due realtà». Se gli chiediamo la sua qualità migliore, lui risponde «La tenacia, il cuore». Il suo modello è Carmelo Anthony dei Denvers, il compagno più forte Andrea Traini, l’avversario più temibile Alessandro Gentile della Benetton Treviso. Ma le parole più sentite Emidio le spende per il suo allenatore, Andrej Rinolfi: «Una persona molto tranquilla, devota al basket e alla sua squadra. Se perde una partita non dorme per una settimana. E in finale è stato decisivo, ci ha saputo infondere la giusta calma». Adesso il futuro. L’estate gli servirà per capire quali sono i suoi reali obiettivi: «Il Pesaro deve decidere se riscattarmi o meno (Di Donato è in prestito, ndr), ma credo che non ci saranno problemi. Un’esperienza all’estero? Perché no? Mi piace molto viaggiare e la farei volentieri». E dopo il basket? «Beh, mi piacerebbe continuare a studiare anche durante la mia attività sportiva. Psicologia dello sport, per la precisione. Mi incuriosisce molto lo studio di come un atleta possa migliorare le sue caratteristiche e le sue prestazioni». Testa sulle spalle e grande maturità a soli 17 anni: questo ragazzo ha davvero tutto per sfondare.
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